Gerardi
La sofferenza di Cristo nel suo corpo mistico è qualcosa che ci deve far riflettere. Se il povero rimane fuori della nostra vita, allora forse anche Gesù è fuori della nostra vita" Mons. Juan Josè Gerardi Conedera Vescovo ausiliario di Guardialfiera dal 14 agosto 1984 al 26 aprile 1998
Da Wikipedia:
Gerardi ConederaConedera nacque 27 dicembre 1922 a Città del Guatemala da una famiglia di origini italiane, precisamente trentina, emigrata in Guatemala verso la fine dell' 800. Dopo aver frequentato un seminario minore di Città del Guatemala prosegue gli studi di teologia a New Orleans negli Stati Uniti fino ad essere ordinato sacerdote nel 1946. Inizialmente lavora come parroco sia nell'entroterra del Guatemala che in alcune isole della costa del Pacifico. Dopo la sua ordinazione episcopale gli viene affidata il 5 maggio 1967 la diocesi di Verapaz. In questa diocesi decide di dedicarsi principalmente agli indios, visto che i discendenti dagli antichi maya formano più della metà della popolazione della diocesi. Collaborando con i Benedettini organizza una serie di iniziative aventi lo scopo di istruire e far crescere spiritualmente la popolazione, tra cui spicca la fondazione del Centro per la promozione umana San Benito. Questo centro è una vera e propria scuola nella quale si insegna a leggere, a scrivere e anche a coltivare la terra ai contadini analfabeti. Promuove anche la nascita di corsi per catechisti, la nascita di una radio cattolica e la liturgia in una delle lingue maya della regione. Nel 1974 è trasferito alla diocesi di Quiché in un territorio ancora più povero e più vicino ai focolai della guerra civile che dal 1954 sta distruggendo il Guatemala. Nel 1976 protesta presso le autorità militari per la scomparsa di centinaia di catechisti e attivisti parrocchiali uccisi dai militari perché considerati vicini ai guerriglieri. Il 31 gennaio 1981 37 indios che protestano presso l'ambasciata spagnola nella capitale, per la violazione dei diritti civili, sono uccisi dall'esercito. La maggior parte dei 37 morti proviene dalla sua diocesi, Gerardi si lamenta di nuovo. Poco dopo subisce un attentato dal quale riesce a salvarsi.
Cripta dove è stato sepolto Mons. Conedera.A questo punto si reca in Vaticano dove viene ricevuto in udienza da papa Giovanni Paolo II che scrive una lettera in cui condanna la violenza contro i civili in Guatemala. Gerardi resta due anni in esilio, solo nel 1984 ha il permesso di tornare in patria, diventa vescovo ausiliario di Città del Guatemala. Nel 1988 apre un ufficio diocesano per i diritti e lavora come mediatore tra le parti del conflitto civile. Dopo la fine della guerra civile si dedica a raccogliere testimonianze per stilare un memoriale sugli orrori della guerra civile. L'immensa mole di materiale ricavato da un team di volontari che lo aiutano viene raccolto in un volume di circa 1400 in cui ci sono i nomi di 50000 persone con la descrizione della loro morte. Il volume dal titolo Guatemala: Nunca más viene presentato alla stampa il 25 aprile 1998, alla conferenza segue una messa nella cattedrale.
Due giorni dopo nelle strade della capitale in una pozza di sangue viene trovato un cadavere col volto fracassato da un blocco di cemento, il riconoscimento può avvenire solo grazie all'anello episcopale, si tratta del cadavere del vescovo 75-enne.
Dopo un processo durato 10 anni, nel corso dei quali sono stati uccisi diversi testimoni e un imputato, e alcuni giudici sono fuggiti all'estero, nel 2008 è arrivata la sentenza: 20 anni di carcere per il colonnello comandante della base militare del Dipartimento di Quiché, per suo figlio, capitano nella stessa base e per un sacerdote ex collaboratore del vescovo, considerato il basista. Secondo alcuni commentatori i veri mandanti dell'omicidio non sono stati individuati
Immagine di Mons. Conedera ordinato sacerdote.
Dal blog orizzonte-guatemala domenica 25 aprile 2010 113 - RICORDANDO MONSIGNOR GERARDI QUALE È LA TUA VERITÀ, POPOLO DEL GUATEMALA?
Ponzio Pilato chiese a Gesù: Che cosa è la verità? La classica domanda opportunista del funzionario romano, rappresentante di un impero che cercava una uscita per non riconoscere la viltà di fronte alla pressione della dirigenza giudaica nel processo che si svolgeva contro Gesù. Per questo, la conclusione di questo processo non era da meravigliarsi : “si lavò le mani”. Juan Gerardi, vescovo ausiliare di Guatemala, prima vescovo diocesano di Verapaz e del Quichè, assassinato vigliaccamente dodici anni fa, ha osato chiedere la popolo del Guatemala: Quale è la tua verità, popolo oppresso e umiliato, schernito e disprezzato, assassinato e fatto scomparire, dopo 36 anni di una guerra fratricida, sangiunosa e crudele? Juan Gerardi non era un funzionario, e nemmeno il rappresentante di un impero. Era un pastore sensibile al dolore del suo gregge, sentinella intelligente che intravedeva il futuro di queste terre, con il cuore plasmato dalla tristezza e dall’ingiustizia dei popoli che egli serviva, sia nella Verapaz che in Quichè. La sua anima di bambino era stata profondamente colpita da tutto quello che vedeva e sentiva, constatava e sperimentava nei suoi viaggi pastorali, nei suoi incontri con la gente impoverita, discriminata per la condizione indigena, abbandonata alla propria sorte, dimenticata. Fece quella domanda per trovare una risposta che sanasse le ferite, desse sollievo alle profonde sofferenze dell’anima del popolo guatemalteco, aprisse il cammino per dare dignità alle vittime del conflitto armato e permettesse agli assassini di riconoscere le loro colpe e chiedere perdono a coloro che avevano sofferto. Solamente in questo contesto si poteva raggiungere una pace stabile e duratura come la chiedevano fortemente i negoziatori degli Accordi di pace.
Mons. Conedera a cavalloA questa domanda ci fu una doppia risposta: il progetto “Recupero della memoria storica”, in quattro volumi “Guatemala Mai più” e l’assassinio del Vescovo. Sfortunatamente non si è voluto capire nè l’opera nè la persona di Juan Gerardi. Vogliamo solo lavarci le mani? (Mons.Alvaro Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos) * * * MONS. GERARDI DODICI ANNI DOPO Ricordo Mons. Gerardi per i laboratori del REHMI. Avevo dovuto coordinare tutto il lavoro del Recupero della Memoria Storica del Quichè, assistevamo ai laboratori, che erano parte della metodologia che ha permesso di realizzare questo processo. Erano sessioni di lavoro tecnico, ma anche spazi di dialogo e discussione interna su temi difficili e intensi sulle differenti realtà che riguardavano REMHI. Mons. Gerardi partecipava, come uno tra tutti, agli incontri ai quali era necessario. Impressionava la sua acutezza nel’analizzare le situazioni, la serenità nel trattare argomenti complicati, l’onestà di collocarsi di fronte ai fatti e di fronte alla storia. Senza dubbio si può considerare come un pastore provato come l’oro nel fuoco della sofferenza. La sua vita si può comprendere solamente a partire dalla vita di Cristo in lui. Il nucleo centrale della sua vita si inquadra come Vescovo del Quichè, perchè il centro della sua missione, il tempo d’oro della sua vita, è stata la missione che ha realizzato in questa Diocesi, in un tempo di passione e fermento per i problemi socio politici ed economici dell’America Latina, un continente caratterizzato dall’ingiustizia.
Gerardi e Papa Giovanni Paolo II°Sebbene si sia generata una nube oscura intorno alla sua vita, alla sua missione e la sua morte, per occultare ciò che la sua azione pastorale ci aveva rivelato sulla realtà di atrocità e morti crudeli, sui crimini che sono stati commessi contro migliaia di guatemaltechi, la sua vita è carica di segni del Vangelo, il suo corpo segnato con le piaghe della passione di Cristo. Il progetto del Recupero della Memoria Storica, che ha proposto ai suoi confratelli vescovi, è stato l’ultimo compito, il culmine della sua missione, per la quale è stato sacrificato dai poteri di morte installati in Guatemala, con l’aiuto soprattutto di paesi come gli Stati Uniti, che in quel periodo della storia, hanno finanziato e armato coloro che tolto la vita a migliaia di vittime indifese, che hanno bagnato con il loro sangue la terra guatemalteca. Ma Monsignor Gerardi è più di quello che è stato scritto su di lui, un umanista la cui sensibilità per le sofferenze del prossimo lo ha spinto ad impegnarsi a comprendere la realtà guatemalteca, origine di una sofferenza storica ancora persistente fino ad oggi. Tra le molte cose che ha fatto, il maggior servizio a favore della vita è stato quello di promuovere lo sviluppo della raccolta di dati e l’analisi della realtà storica del Guatemala, che ha evidenziato l’esistenza e il modus operandi delle strutture del crimine organizzato responsabili di tante morti. Se queste strutture non sono state smantellate e portate in giudizio, si deve al fatto che non c’è stata la volontà, per differenti ragioni o interessi, da parte degli organismi corrispondenti. Ci ha lasciato una eredità coraggiosa, e ora aspettiamo una nuova figura che con il modo di agire di questo caro pastore e vescovo, Martire della verità, possa guidare la tappa seguente, quella che permetta al paese di abbandonare la follia della morte e del crimine verso la tanto desiderata pace. Che questa pace armata, che costruirono coloro che la patteggiarono, possa essere trasformata in vera pace per tutti coloro che la desideriamo e la meritiamo. (Padre Rigoberto Perez Garrido, El Quiché, Guatemala). Monsignor Alvaro Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos in Guatemala, voce che in questi anni ha raccolto l'eredità di Gerardi nel 2008 lo ricordava così. Sono passati dieci anni dal brutale assassinio del vescovo Juan Gerardi. Lui è stato un buon pastore, convinto difensore dei diritti dei più poveri e degli indifesi. Uomini e donne che per anni non hanno potuto alzare la voce per reclamare ed esigere rispetto per la loro dignità umana e per la loro condizione di figli e figlie di Dio. Nell’assassinio premeditato e astutamente pianificato contro il vescovo Juan Gerardi e contro molti altri che come lui si sono fatti araldi del Vangelo della verità e della giustizia - come nella crocifissione e morte di nostro Signore Gesù Cristo, pianificata e voluta dalle autorità religiose ebraiche del tempo in connivenza con Ponzio Pilato, rappresentante dell’imperatore romano a Gerusalemme -, dobbiamo vedere, al di là degli elementi storici e delle circostanze, un significato storico più profondo, coerente, comprensibile solo dal punto di vista della fede. Gesù è passato per questo mondo «facendo il bene». Tutta la sua vita, le opere, le parole, sono un’espressione chiara e coinvolgente dell’amore di Dio. Perché allora è stato crocifisso? Qual è stata la ragione della sua morte? Sono le stesse domande che assediano i nostri pensieri a dieci anni dall’assassinio del vescovo Gerardi: perché è stato assassinato? Chi ha pianificato la sua morte? Che cosa speravano di ottenere con questo omicidio? È stato un atto di vendetta perché lui è stato un buon pastore che ha difeso il suo gregge? È stata una manovra politica il cui obiettivo andava al di là dell’uccisione del vescovo? Se c’è qualcosa che ha caratterizzato la vita del vescovo Gerardi è stata la sua passione per la verità, la giustizia, la libertà e l’amore per i poveri e gli esclusi. Questa passione lo ha portato a elaborare e sostenere il progetto denominato Proyecto de recuperación de la memoria histórica (Remhi). Infaticabilmente, fino all’ora della morte, ha cercato di aprire spazi che offrissero alla società guatemalteca un’alternativa di vita e non di morte, come invece faceva la repressione senza nessuna misericordia. Annunciava e difendeva il valore della vita umana, come parte essenziale del progetto di Dio, contro tutto ciò che la distruggeva: gli assassini extragiudiziari, le persecuzioni ai danni dei difensori della giustizia, la miseria e la povertà estrema che generavano fame e denutrizione nella sua terra. Il sogno immenso del vescovo Gerardi è stato quello di raggiungere una pace stabile e duratura nel quadro di una riconciliazione che aiutasse a sanare le ferite profonde che il conflitto armato aveva provocato con il suo tragico strascico di morte e di violenza. In America Latina sono tanti i laici e le laiche, i vescovi, i sacerdoti, i catechisti e le persone interamente consacrate a Dio che hanno versato il loro sangue per seguire Gesù in modo fedele e coerente. E questo è successo in modo particolare in Guatemala, dove quattordici sacerdoti sono stati assassinati durante il conflitto armato, insieme a numerosi cristiani che non hanno avuto paura di morire.
Mons. ConederaLe parole di Gesù ratificate dal suo esempio - «non abbiate paura di chi uccide il corpo» - hanno orientato la loro esistenza, hanno animato il loro spirito, li hanno resi audaci e coraggiosi. Il vescovo Juan Gerardi, col Progetto Remhi, ha cercato di rivendicare la memoria di questi uomini e donne fedeli al Padre nella loro scelta di seguire il Signore, dimostrando che le strategie usate per eliminare queste persone, il cui unico intento era quello di instaurare il Regno di Dio, sono state freddamente calcolate nell’oscurità dell’inganno, del fanatismo politico, delle rivendicazioni ideologiche e delle manipolazioni. È per questa iniziativa, per i suoi diversi e profondi significati e le conseguenze che ne sarebbero derivate, che questo pastore è stato chiamato a dare testimonianza della sua coerenza e integrità donando la sua stessa vita. Fin dall’inizio i cristiani hanno sofferto a causa di persecuzioni. Prima sono stati perseguitati dalle autorità ebraiche, poi dagli imperatori romani. Questi ultimi vedevano con timore e grandissima preoccupazione come il loro potere mondano, la loro autolatria imposta e i difetti di ogni impero venivano sovvertiti dalla forza della testimonianza di quanti, senza paura della morte, entravano nella vita eterna, mostrando il loro immenso amore per il Signore risorto. L’esperienza esistenziale di essere amato e amare il Signore ha sostenuto e sostiene i martiri, che sono non solo testimoni della verità, ma soprattutto testimoni dell’amore. Sono i perfetti evangelizzatori. La storia della passione e morte di Gesù e dei martiri è una storia d’amore, perché «nessuno possiede amore più grande di chi dona la vita per gli amici». (Gv 15,13) Il vescovo Gerardi ha amato profondamente il suo popolo e ha sempre cercato il bene comune, che non si poteva raggiungere senza manifestare la forza della verità. Le ferite profonde che ancora oggi toccano l’anima dei guatemaltechi devono essere guarite col balsamo dell’amore. Chi ama veramente ha la capacità di affrontare la verità per correggere gli errori e orientare il futuro su percorsi di concordia. Il vescovo Gerardi, cosciente di tutto questo, non ha risparmiato sforzi affinché ciò si realizzasse. I martiri sono stati uomini e donne fedeli alla loro vocazione cristiana nelle circostanze storiche in cui hanno vissuto. Sono diventati santi vivendo in mezzo al mondo, senza essere del mondo. Il mandato di Gesù di essere luce del mondo e sale della terra non è possibile senza questo mondo e questa terra. Questo presuppone anche un’incarnazione nella vita e nella realtà concreta del tempo. Non si tratta solo di annunciare il Vangelo della vita e della pace, ma anche di adattarlo alla vita quotidiana con uno spirito profetico. Così si portano allo scoperto i pensieri e i sentimenti più intimi, scoprendo tutto quello che si oppone alla volontà di Dio. Cosciente di questo, il vescovo Gerardi, due giorni prima di essere ucciso, presentando pubblicamante nella cattedreale di Città del Guatemala i risultati delle indagini sulla storia della violenza del Paese - raccolti in quattro volumi intitolati Guatemala nunca más (Guatemala, mai più) - diceva: «Vogliamo contribuire alla costruzione di un Paese diverso. Per questo abbiamo recuperato la memoria del popolo. Questo cammino è stato e continua ad essere pieno di rischi, ma la costruzione del Regno di Dio comporta dei rischi e solamente i suoi edificatori hanno la forza di affrontarli». Sì, un Paese diverso, un Paese in pace, con la pace vera che viene solo da Gesù Cristo, fondata sui pilastri della verità, della libertà, della giustizia e della carità. Era il Paese sognato da questo vescovo. Per questo Paese aveva corso il rischio di sostenere il progetto Remhi, arrivando fino alle ultime conseguenze. Non con le sue sole forze, ma con la forza che viene dall’alto, perché non abbiamo ricevuto uno spirito di timidezza, ma di fortezza. In questo contesto, l’assassinio del vescovo si è trasformato in una coraggiosa denuncia di un sistema che per anni ha spogliato i guatemaltechi della loro dignità e del loro diritto a vivere con gioia e tranquillità. Un sistema in cui si idolatra il denaro, il potere e il piacere, a detrimento dei più poveri e dei più deboli, cioè dei popoli indigeni e dei contadini. Il vescovo Gerardi conosceva molto bene la realtà indigena e contadina dai suoi anni giovanili come sacerdote e poi come vescovo di Verapaz e del Quiché. Le fede vissuta fino all’estremo nel dono della propria vita ci apre alla trascendenza di Dio e ci incoraggia ad assumere l’impegno a rendere presente nella storia l’utopia del Regno di Dio. I martiri e i testimoni della fede danno ragione alla croce di Cristo e rendono possibile la speranza di un futuro differente, di un’umanità rinnovata, di cieli e terra nuova. Hanno dato le loro vite affinché nei nostri popoli la speranza si mantenga sempre viva. Nella debolezza del loro corpo mortale hanno permesso che si rendesse presente la forza del Signore risorto, e così, anche se agli occhi dei loro assassini e persecutori la loro morte è stata inutile e ha rafforzato la loro arroganza e superbia, la verità è stata un’altra: loro vivono per sempre. Questa è la verità definitiva. Verità e storia definitive anticipate nella morte dei testimoni della fede: Oscar Romero, Juan Gerardi e tanti tanti catechisti e delegati della Parola in tutto il continente americano. Finché esisteranno realtà che denigrano l’essere umano, negandogli il valore della sua dignità di persona creata a immagine e somiglianza di Dio, redenta dal Sangue dell’Agnello, i cristiani sono chiamati a testimoniare la loro fede, speranza e carità. La testimonianza sarà sempre scomoda per coloro che sono del «mondo». Se i testimoni sono perseguitati, attaccati o assassinati, il loro sangue sarà sempre seme di più numerosi e migliori cristiani. Gesù Cristo e lo Spirito Santo muovono la Chiesa e la invitano a intraprendere il cammino della spiritualità del martirio per testimoniare il Regno a partire dai poveri e dagli esclusi. Oggi, per la Chiesa universale e in particolare per la nostra Chiesa del Guatemala, la testimonianza del vescovo Gerardi e di quanti sono stati assassinati per la loro scelta a favore del Signore, è una sfida e uno stimolo a continuare il loro cammino: quello della costruzione di una società più umana, segno palpabile della presenza di Dio. Il sangue di monsignor Gerardi sarà seme di nuova vita e di fortezza per coloro che credono in Gesù, che è stato crocifisso, è morto e il terzo giorno è risorto e un giorno verrà a giudicare l’umanità intera. traduzione a cura di Alessandro Armato)

