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La nostra Storia

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GUARDIALFIERA ORIGINE E DENOMINAZIONE
Il nome di questo Comune ha subite molte variazioni, nell'uso curiale e presso gli scrittori di storia, più che nel dialetto dei suoi abitanti. Si legge « Guardia Alferia » in varie carte diocesali: « Guardia Afferii » in un diploma della regina Giovanna II: « Guardia Alferi » nei tempi aragonesi: « Guardia Alfiero » in Camillo Porzio: « Guardia Alferez » nella diplomatica viceregnale: « Guardia Alfiera » e « Guardia Alfierez » nel Pacichelli: « Guardia Alfano » dal prossimo monte omonimo, e finalmente Guardialfiera. L'etimo (?) « Guardia » è senza dubbio l'equivalente di custodia: e quindi il problema è ridotto a dover rintracciare che cosa il castello avesse a custodire e difendere. E qui le opinioni sono discordi. Vogliono taluni che fosse « Guardia » degli « Alfieri » al tempo del passaggio d'Annibale; senonchè non potendosi asserire con assoluta certezza che il condottiero punito sia stato nel versante sinistro del Biferno, la, congettura ne sembra, più che banale, fantastica. Più ammessibile, invece, potrebb'essere l'altra che interpreta così chiamato l'abitato dal fatto di trovarsi a « Guardia » del monte « Alfano »; ma noi l'escludiamo del pari, giudicandola stiracchiata, e comunque fondata su d'una mera casualità. Bisogna ricorrere a sorgenti più chiare, e noi crediamo averle identificate. Nel corso della dominazione longobarda, la località  abitata e le terre circostanti eran forse feudo di Adalferio conte di Larino (di cui è cenno nella monografia di Bonefro nel presente volume), in vita nel 1049, o della di lui discendenza, della quale è notizia in un documento del 1059 ricordato nella monografia di Ururi pur nel presente volume nel trattare dell'ex feudo di S. Benedetto. L'abitato sarebbe stato detto perciò « Guardia Adalferii » o « Guardia Afferii » , come custodia dei corpi feudali di Adalferio : analogamente a quanto avvenne altrove in prosieguo di tempo, per Guardia Sanfromondo (dalla famiglia Sanfromorldo, già Saint Frymond), per Vastogirardi (dalla famiglia Girardi), per Ripafrancane (o Ripabottioni, dalla famiglia Frantone), ecc., ecc. Il padre Ferdinando Ughelli nella sua « Italia Sacra » dice che Guardialfiera « ob aeris gravitatem pene desolata infrequens habitatoribus est »; e il Pacichelli mezzo secolo dopo, ignaro della storia locale ed altro non conoscendone che quella della breve diocesi, scrive a sua volta : « Chi non vuol per proprio capriccio favoleggiare, o per « altrui gusto render fede agl'Indovinelli, convien che scriva di questa « (e cioè di Guardialfiera) solamente, per mostrar, che nulla hà potuto leggerne, ò per destar gl'intelletti più dovitiosi, à fornirlo di  cortese materia. Alle foci (!!!) del Tiferno, in aria pregna d'infausti  vapori, ella spiega le sue squallidezze : in modo che, posti in fuga gli abitanti, non iscuopre faccia benigna a' Forestieri » (146). Noi non pretendiamo appartenere alla schiera de « gl'intelletti più dovitiosi » cui l'abate fa appello; ma potremmo dimostrargli se la nostra voce avesse virtù di giungere al Limbo - che la « cortese materia » faceva difetto a lui per deficienza di studi, non al Comune che ne disponeva a dovizia anche a quel tempo.  Lo stemma del Comune porta, in campo spaccato, nella parte superiore la lettera G, nella inferiore tre monti. E' insignificante, moderno, e privo di contenuto storico.
POPOLAZIONE - Fuochi 116 nel 1532: 120 nel 1545: 103 nel 1561: 104 nel 1595: 109 nel 1648: 68 nel 1669. Abitanti 1084 nel 1780: 1368 nel 1795: 1200 nel 1800: 1403 nel 1835: 1285 nel 1841: 1848 nel 1861: 1906 nel 1881: 2122 nel 1901: 2224 nel 1911.
NOTIZIE FEUDALI - Durante il dominio longobardo Guardialfiera appartenne al ducato di Benevento, e probabilmente alla Contea di Larino. Fu feudo, verosimilmente, della famiglia degli Adalferii, dalla quale trasse il nome.
Al tempo dei Normanni è dubbio che Guardia fosse compresa nella Contea di Loritello (l'attuale Rotello), non essendo provato che questa si estendesse oltre il Biferno. Forse Guardiafiera giacque nel demanio, qual sede vescovile.
Nel corso del periodo svevo l'università fu feudo dei Conti di Molise: mancano però documenti probativi, o, meglio, non sono a nostra nozione. Nei primordi della monarchia angioma, Guardialfiera venne concessa in feudo alla famiglia di Soliaco (in francese, de Soliac) venuta nel Reame con Carlo I, e al tempo di Carlo II d'Angiò n'èra signora Filippa di Miliaco (de Méliac), vedova d'Ugone di Soliaco, la quale era una dama appartenente alla famiglia feudale di Petacciato. Filippa di Miliaco passò a seconde nozze con Enrico di Valdemonte utilista di Larino, che le premorì; ond'ella contrasse altro matrimonio con Filippo di Fiandra vedovo a sua volta di Matilde di Cortiniaco contessa di Chieti, della quale facciamo cenno nella monografia di Pescopennataro nel III volume.
Seguirono poi, nella signoria di Guardialfiera Giovanni di Soliaco - figlio di Ugone e Filippa - che ebbe in moglie Tommasina di Sangro, prole del signore di Frisa. Ugolino, loro figlio. il quale ebbe confiscati i feudi tra il 1348 e il 1350 dalla regina Giovanna I, per aver egli parteggiato in favore del Re ungherese occupatore del Reame in vendetta della morte del germano Andrea, come si espone nella monografia predetta nel III volume.
Verso la metà del secolo XIV Guardialfiera passò a far parte della Contea di Montagano; ed ebbe, perciò a titolari quelli medesimi che lo furono di Montagano dal 1350 al 1381, e che abbiamo passati in rassegna nella monografia di tale Comune nel II volume.
Nel 1381, asceso al trono Carlo III di Durazzo (1381-1386), il novello Re assegnò Guardialfiera alla propria consorte - la regina Margherita - che la tenne in feudo una diecina d'anni. Essa, al tempo della guerra contro Luigi d'Angiò che contendeva la corona al figlio suo Ladislao, per bisogno di danaro vendè Guardialfiera a Iacopo di Marzano, della cui nobilissima famiglia è cenno nella mon. di Tufara nel II volume. Ignoriamo quanto tempo Guardialfiera fosse feudo di casa Marzano. Certa cosa è che nel 1550 n'era da tempo signore Vincenzo di Capua, che la vendè poi a Domenico De Blasiis. Del di Capua discorriamo nella predetta monografia di Montagano. Domenico De Blasiis apparteneva ad uno dei parecchi rami della stirpe dei De Blasiis: stirpe che possedeva molti feudi in più parti del Reame, e più segnatamente nelle Calabrie e nel Molise. Usava per arme uno scudo di azzurro al libro aperto di oro caricato nella pagina a destra del nome Blasiis, sormontato nel capo da una cometa di oro. A Domenico successe il figlio Giambattista, il quale morì nel 1636 senza prole, nè eredi successorii, onde Guardialfiera venne incamerata dal Demanio.
Dal 1636 al 1793 Guardialfiera ebbe le medesime vicende feudali e gli stessi titolari della prossima Lupara, alla cui monografia nel presente volume rinviamo il lettore. Nel 1793, con istrumento 1° gennaio rogato in Napoli per notaio Vincenzo de Rosa, Alessandro Marcello Pignone del Carretto Principe d'Alessandria vendè Guardialfiera a Costantino Lemaître. Costantino Lemaître, ultimo titolare feudale di Guardialfiera con titolo marchesale, comprò il feudo per quanto non valeva. E perchè? E' presto detto: per la fatuità di avere il titolo di marchese. Nacque egli in Lupara nel 1758 da Giuseppe, oriundo francese, ed Eufemia Salvatore del luogo; ed imprese gli studi classici sotto la guida del dotto canonico Francesco Fede di Petrella. Laureatosi poscia in legge a Napoli, si ritirò a Lupara, e nel 1784 vi condusse sposa Maria Giuseppa Vincelli di Casacalenda. In siffatto periodo di tempo, avendo aperta scuola privata, ebbe la ventura di contare fra i propri discenti Vincenzo Cuoco; poi illustre autore del « Saggio » e del « Platone », di cui diamo la biografia nella monografia di Civitacampomarano nel presente volume. Iniziata la rivoluzione francese, le nuove idee ebbero voga in alcuni Comuni più evoluti delle nostre provincie, poichè il governo di Carlo III con la sua politica antifeudale, e la scuola storica e filosofica che fiorì nel contempo, avevano preparati gli animi alle più ardite innovazioni politiche e sociali. A Castelbottaccio, nel palazzo della baronessa Cardone, erano frequenti convegni di amici provenienti dai paesi più diversi del Molise. Il Conforti (147) - come si è detto nella monografia di Castelbottaccio nel presente volume - narra che vi si discutesse degli avvenimenti del tempo, di argomenti letterarii, e vi si facesse anche un po' di, cronaca galante: e che recatosi quivi il duca di Canzano (148) per derimere un'antica questione con l'università di Ripalda (ora Mafalda), sorse il sospetto che costui fosse venuto a portare nuovi stimoli rivoluzionarii e nuovi impulsi al cenacolo, onde dopo alcun tempo seguì l'arresto di tutti coloro ch'erano soliti a intervenirvi. Si era nel 1795. Costantino Lemaître fu del numero; e nelle carceri di Lucera dove erano stati tutti tradotti -  « col proposito di salvare se stesso ed i compagni, affermò le più strane e pazze cose, tra vere e false, che, invece di giovare, nocquero ». Così il Conforti prelodato : il cui avviso non condividiamo, nè potremmo condividere dopo la lettura del « Memoriale » di discarico di Domenico de Gennaro (149), imputato degli stessi capi di cuì il Lemaître doveva rispondere. Costantino Lemaître né vagò, né divagò: fece di peggio: non misurò la portata delle proprie deposizioni. Come per vanità personale aveva acquistato, con grave sacrifizio delle proprie fortune, il titolo nobiliare che doveva distinguerlo dagli altri mortali, così per vanità politica (tanto per parer mescolato in una gesta superiore alla vera e reale!) disse tutto ciò che sapeva e che non doveva dire; e quando gli fece difetto la materia o la memoria, supplì con la fantasia creando cose al tutto cervellotiche e inesistenti. Il nemico capitale di questo sciagurato fu la vanità: e per la vanità, senza volerlo e senza nemmeno comprenderlo (egli tanto intelligente e colto) si rese delatore nel senso preciso e purtroppo disonorante della parola. Guglielmo Pepe - che fu poi nel 1848 il prode difensore di Venezia - avendolo avuto compagno di cella a Napoli, nel 1799, per circa un mese, scrisse del Lemaître : « Tornato alla Vicaria fui dunque posto in una camera oscura tanto, che direi meglio una spelonca, ove, per quanto potei a prima giunta discerner al debol lume d'una lampada, v'erano tre uomini ignudi. Avevano i ferri ai piedi, e come ad essi, li posero anche a me quella volta, che fu la prima in mia vita e che pur esser non dovea l'ultima. Due di quei prigionieri avevano aspetto d'assassino; ma l'altro, al primo vederlo, mi fe' sovvenire il personaggio di Lusignano nella Zaira di Voltaire, che pochi giorni fa aveva letto. Corpo tutto peloso, testa calva, lunga barba nera e folta che faceva ben risaltare le sue labbra vermiglie e i, suoi bianchissimi denti.  Fu egli primo a parlarmi con molta soavità, dicendomi di non perder animo, nè coraggio, ed io gli risposi non essermi venuti mai meno, e che non mi mancherebbero giammai. Mi richiese inoltre del  nome mio e dei miei studi; ed io di tutto lo soddisfeci; e poi mi soggiunse chiamarsi Lemaître, marchese di Guardia Alfieri. Dimandandolo io degli altri due detenuti, egli fattomi prima di nascosto un cenno che non era lor favorevole, mi disse ch'erano due disgraziati quivi prigioni per calunnia; e poi, quando li vide profondamente addormentati, mi disse ch'erano due malfattori carichi di delitti. Io trovai nei suoi ragionamenti un uomo eruditissimo, e dotato di memoria prodigiosa e sì pronta che mi parea impossibile trovarne la pari. Mi narrò con massima precisione la storia della Massoneria del Regno, parimente che quella delle congiure repubblicane e di tutti i cospiratori. Per causa di tali congiure diceva esser egli da parecchi anni in prigione; ma siccome era stato detenuto anche in tempo della Repubblica, così gli faceva d'uopo giustificare questo  fatto e togliere altrui il sospetto. E perciò non accusavasi egli di debolezza, come il Ierocades (150), ma bensì diceva che aveva cercato salvar se stesso e i suoi complici, accusandoli con tanta arte da far sì che le lievi colpe da lui inventate, distruggessero le altre maggiori e vere; ch'erano agli occhi del governo delitti capitali. Questa parte della sua narrazione me lo rendeva sospetto anzi che no; ma inchinando io più a credere alla sua buona fede, lo riguardava, come il detto Ierocades, martire della libertà, colpevole di qualche debolezza prodotta dagli strazi che fatto gli aveva soffrire la tirannia del governo.
Il Guardia Alfieri intanto mi esercitava nell'istoria antica, nella geografia, nelle matematiche, e negli elementi di astronomia » (151). Di coloro ch'egli pregiudicò e non poco con le sue rivelazioni, parte vere e parte fantastiche per sua stessa dichiarazione, alcuni come Marcello Pepe - furono mandati in esilio; e il maggior numero tornò in libertà nel 1799. Non tutti però, poichè Scipione Vincelli, suo congiunto, uscì dall'ergastolo della Favignana (dominio dei Borboni ridotti in Sicilia) non prima del 1801. Caduta la Repubblica, i sopravvissuti cui non riuscì fuggire in esilio, vennero o giustiziati sulla forca o rimessi nel duro carcere; e Lemaître, che dal carcere non era mai uscito dal 1795 (perchè inviso agli stessi patrioti che durante il regime repubblicano avevano retto le sorti dello Stato), seguitò ad espiare i suoi falli nelle carceri della Vicaria. L'indulto reale del 23 aprile 1800 non lo beneficava; e riebbe la libertà nel febbraio dell'anno successivo, allorchè – per la pace di Lunéville - fu posto fine alla campagna di Toscana, e il Re di Napoli col trattato di pace di Firenze dovè accogliere i patti di Bonaparte: che un corpo di milizia francese stipendiato dal governo na­poletano risiedesse nel litorale adriatico, e che un R. Editto restituisse a libertà tutti i regnicoli in esilio o in prigione per motivi politici, senza eccezioni di sorta. Lo stesso Pepe, reduce dall'esilio, ebbe a rivedere il Lemaître in quei primi tempi della liberazione, e scrive: « Vedeva io talvolta (in Napoli) Lemaître marchese di Guardia Alfieri stato già mio compagno nel 1799 nelle più cupe prigioni della Vicaria. Egli era caduto in grande miseria, vivendo in picciolissima stanza di povero albergo, dove io andava a fargli lunghe visite, tanto perchè il suo conversare era istruttivo (essendo egli per la sua vasta erudizione quasi un'enciclopedia vivente), quanto perchè alimentava coi suoi discorsi le predilette mie affezioni repubblicane » (152). Costantino Lemaître dimorò in Napoli fino al 1803: poscia tornò a Guardialfiera, dove, lontano da ogni attività' politica, morì il 6 ottobre 1828.  Oriundo francese, danneggiato politico, uomo intellettuale, bisognoso di pubblico impiego, non fu tenuto in alcuna considerazione dal governo napoleonide dal 1806 al 1815, pur così munifico verso i patrioti o veri o sedicenti. Incombeva sulla coscienza dell'infelice la colposa debolezza del 1795, e il disprezzo degli antichi compagni. La sua memoria, nondimeno, merita un suffragio di pietà reverente : poichè l'espiazione fisica fu superiore alla colpa, e l'espiazione morale amarissima.  NOTIZIE ECCLESIASTICHE –
Guardialfiera fu sede di diocesi fino al 1818, le cui vicende possono leggersi nel I volume. Il Comune consta d'una sola parrocchia, sotto il titolo dell'Assunta; ed il patrono comunale era S. Rocco, il pietoso pellegrino fiorito nel secolo XIV. Dal 1905 il patrono è S. Gaudenzio martire, del quale si possiede il sacro deposito, e la cui festa viene celebrata ogni anno il 2 giugno. Non sappiamo se trattisi del medesimo santo, che fu il primo vescovo ed è protettore della città di Novara - la quale pur ne conserva il sacro deposito nella Cattedrale.
Le sue chiese sono:
S. MARIA DELL'ASSUNTA - E' la parrocchiale, ex Cattedrale, situata su di una roccia che domina l'abitato. In origine comprendeva tre navi, ricche di pitture ed ornate delle armi dei vescovi, seconda l'antico costume. Lo stile lombardo del secolo XII sopravvive in parecchi frammenti di motivi ornamentali incastonati nelle sue pareti esterne, in una porta laterale praticata nel prospetto occidentale, e nella cosidetta « Porta Santa » che trovasi nella facciata orientale. La Porta Santa viene aperta il 2 giugno di tutti gli anni, eccettuati quelli in cui la stessa funzione ha luogo nella Basilica Vaticana.Nel 1477 il vescovo del tempo addusse importanti restauri alla  parte orientale dell'edificio. Nel 1553 mons. Cardillo ordinò la deco­razione del soffitto e del battistero; e la Cattedrale, mercè continui ritocchi ed abbellimenti, si conservò fino al 1818 in uno stato suffi­cientemente decoroso e proprio alle funzioni del culto. La soppres­sione della sede episcopale fu l'inizio della sua decadenza, e del suo progressivo deperire. Il campanile che per condizioni di vetustà minacciava l'edificio, fu dovuto abbattere nel 1845. La Cattedrale, lesionata in più parti per la medesima cagione, e prossima a ruinare, fu rafforzata nel 1857 dove più meritava, e restaurata per intero, sebbene con mezzi scarsi e del tutto inadeguati. II lavoro fu compiuto nel 1858; e la vecchia Cattedrale trasformata in unico ambiente semplice e modesto, sembra anelare nella sua mutezza al fastigio antico. L'unica nave è lunga m. 24, larga 12, alta 15, con una cubatura di oltre mc. 4300. Sotto l'attuale pavimento, rifatto a nuovo, è l'antico succorpo, il quale nel secolo scorso venne consolidato con nuove murature ed adi­bito al seppellimento dei cadaveri.Da oltre un decennio, per lo zelo dell'arciprete Caluori, e l'obolo pubblico si è dato inizio alla ricostruzione del campanile, su disegno dell'ing. Vittorió Romanelli, in grosse pietre da taglio; sennonchè data la spesa ingente e la deficienza dei fondi, occorrerà ancora del tempo per elevarlo a congrua altezza e compierlo secondo il desiderio generale della popolazione.
S. GIUSEPPE -  E' un'antica cappella, già votiva a S. Michele, riedificata ed ampliata nel secolo XIX. Si trova nel centro dell'abitato, e non presenta nulla di notevole.

SECONTA PARTE
La serie degli arcipreti:
Ricciuti Leonardo (1699-1706):
Carricelli Marco Antonio (1706-1714):
Antonacci Sebastiano ec. cur. (1714-1715):
Del Mascolo Pietrantonio (1715-1747):
De Lisiis Achille ec. cur. (1747-?):
Calori Beniamino (?-1794):
Iacopodonato Basso (1794-1815):
Loreto Giuseppe ce. cur. (1815-1820):
Cieri Giuseppe (1820-1864):
Lalli Antomo ce. cur. (1864-1875):
Di Lalla Ascanio di Casacalenda (1875-1882):
Romeo Nicola ce. cur. (1882-1889):
Caluori Donato (1889-..)
NOTIZIE AMMINISTRATIVE
Guardialfiera è stata sempre Comune pertinente al Contado di Molise. Nel 1799 fu compresa nel Dipartimento del Sangro e nel Cantone di Larino. Nel 1807 venne assegnata al Distretto d'Isernia ed al Governo di Civitacampomarano. Nel 1811 fu aggregata al Distretto (ora Circondario) di Larino, restando nel Governo (poi Mandamento) di Civitacampomarano. Nel 1907, con legge 24 marzo, fu staccata da esso Mandamento ed annessa a quello di Casacalenda. Il Municipio è in locali di proprietà della Congregazione di carità del luogo, corrispondendole l'annua pigione di L. 600.
La serie dei Sindaci:
D'Elisiis Michele (1809-1810) :
Montano Nunzio (1810-1811):
D'Elisiis Michele (1811-1812) :
Papara Costanzo (1812-1814) :
Spidalieri Callisto (1814-1818):
Caluori Francescantonio (1818-1820):
Fiore Francesco (1820-1823):
Papara Costanzo (1823-1828):
Amicarelli Michele (1828-1831) :
Papara Michele (1831-1834) :
Papara Costanzo (1834-1836) :
Amicarelli Michele (1836-1840) :
Lalli Francesco (1840-1843) :
Guglielmi Leonardo (1843-1846) :
D'Elisiis Giovannangelo (1846-1850) :
Loreto Carlo (1850-1852) :
Amicarelli Michele (1853-1859) :
Lalli Domenico (1859-1860) :
De Luca Francesco (1860-1866):
Torzilli Angelomichele (1867-1870) :
Loreto Francesco (1870-1873):
Montano Giuseppe (1873-1894) :
D'Elisiis Giuseppe (1894-1895):
Lalli Giuseppe (1896) :
D'Elisiis Giuseppe (1897-1898) :
Caluori Giuseppe (1899) :
Caluori Antonino (1900) :
D'Elisiis Giuseppe (1901) :
Fedele Anselmo R. Comm. (1902) :
D'Elisiis Giuseppe (1902-1908) :
Caluori Giuseppe (1909-19..).
COLLEGIO ELETTORALE –
Guardialfiera fa parte del Collegio elettorale di Palata. Dal 1882 al 1891 fu compresa nel Collegio Campobasso I.
AGENZIA DELLE IMPOSTE - Casacalenda.­
UFFICIO DEL REGISTRO - Casacalenda.
ISTRUZIONE PUBBLICA - Il Comune annovera tre classi elementari maschili e tre femminili rette da quattro insegnanti, ed allogate nel caseggiato ove ha pur sede il Municipio. La spesa complessiva ascende a L. 4.500. E' in vista la costruzione d'un Edificio scolastico nella zona superiore dell'abitato, nell'area all'uopo ottenuta dall'Amministrazione Provinciale.
POSTA E TELEGRAFO - L'ufficio postale fu aperto all'esercizio il 1° luglio 1887: quello del telegrafo 1'11 giugno 1900.
ISTITUZIONI ECONOMICHE E DI BENEFICENZA
CASSA DI PRESTANZE AGRARIE - Deriva dalla trasformazione dell'antico Monte frumentario avvenuta per R. D. 8 luglio 1897. Ha un capitale liquido di circa L. 13.000. Nel bilancio del 1914 la sua rendita era valutata a L. 907 gravata del contributo provinciale di L. 32,49.  CONGREGAZIONE DI CARITÀ –
Nel bilancio del 1914 la sua rendita ascedeva a L. 1092, gravata di L. 39,06 di contributo alla provincia.
ILLUMINAZIONE PUBBLICA - A petrolio dal 1881 al 1905. Ad energia elettrica dal 1° aprile 1905, fornita dalla locale Officina generatrice della Ditta Baranello.
CIMITERO –
E' a distanza di circa 300 metri a valle dell'abitato, e fu costruito nel 1875.
EX FEUDI NELL'AGRO ATTUALE  S. NAZARIO –
Nel secolo XVII era ancora abitato, tanto che n'è menzione nella Situazione fiscale del 1669. Vi è memoria, altresì, d'aver il suo arciprete partecipato ai Sinodi diocesali celebrati in Guardialfiera nel 1529 e nel 1581. Il suo piccolo agro confinava con quello di Castelluccio Acquaborrana (ora Castelmauro); e il villaggio possedeva un feudo parimente abitato detto « Frassino » in confine con l'agro di Palata: feudo del quale sussiste il ricordo nella toponomastica nel colle detto del « Frasso ». Autonomo dapprima, nel 1564 S. Nazario fu comprato dall'università di Guardialfiera; e la notizia era stata consacrata in una lapide murata nel campanile della Cattedrale: quale lapide s'infranse nel 1845 quando avvenne il crollo del campanile. Guardialfiera era per tanto baronessa di S. Nazario. In tempi: molto remoti esisteva in S. Nazario anche un piccolo Convento.
S. MARTINO DEL MONTE –
Formava una zona speciale del feudò di S. Nazario, ed era pur essa abitata da alquante famiglie coloniche; onde aveva una propria chiesa arcipretale, il cui titolare partecipò ai Sinodi diocesani del 1529 e 1581. E' ubicato in confine col territorio di Lupara. 
MONTE PELOSO - Faceva parte integrale del feudo di S. Nazario; e nella prima metà del secolo scorso vi si notavano ancora alcune vestifigia di antiche mura che davano indizi di costruzioni belliche. Il territorio di Monte Peloso è stato quotizzato fra i cittadini di Guardialfiera declinando il secolo XIX.
S. GIOVANNI IN SILVIS - Sorgeva questo casale nella località detta attualmente appunto « Santoianni » . Era abitato nel secolo XVI, e il suo arciprete prese parte ai lavori sinodali del 1581. Esso era pertinenza del Capitolo della Cattedrale.
COLLEROTONDO –
Il casale di tal nome è mentovato nei Quinternioni aragonesi del 1456.
BADIA, O BADIA DI S. MARIA IN CIVITA –
Il luogo che viene così chiamato, e dove sorgeva un edificio monastico è quella collina ripida e presso che inaccessibile che levasi a picco sul fiume nella sponda destra, presso il ponte della Gravellina. E' detta pure « Bazia »; come « Via dell'Abbazìa » ha nome la vecchia mulattiera che la collega con l'abitato di Casacalenda. E' da notare che la Badia, quale edificio, doveva essere di remotissima origine, e già deserta di religiosi nel secolo XV, non essendo alcuna menzione di essa nei Quinternioni aragonesi.
S. MARIA IN CIVITA - Questo ex feudo è ubicato integralmente nel versante destro del Biferno : è confinato dal fiume, e incuneato nell'agro di Casacalenda. Doveva, in tempi molto antichi, essere feudo ecclesiastico, e forse pertinente alla Badia omonima: comunque, non si hanno di esso precise notizie se non dal secolo XV, allorchè era posseduto dai Conti di Montagano, cui rimase soggetto fino al 1540. Nel 1540 Vincenzo di Capua vendè S. Maria in Civita ad Antonio Arretrano, utile signore di Casacalenda, ad eccezione di 600 moggia che furono dichiarate spettanza dei naturali di Guardialfiera. I successori dell'Ametrano, avvalendosi del crollo dei ponti di S. Antonio e della « Puttana » , il quale crollo impediva a quei naturali di esercitare permanentemente i propri diritti, usurparono la piccola differenza, e si opposero con ogni mezzo a che gli stessi vi esercitassero il pascolo e la pernottazione. Nel 1720 l'università di Guardialfiera adì il S. R. Consiglio contro la Casa ducale di Casacalenda per rivendicare l'evidente diritto di cui i suoi abitanti erano stati spogliati; ma le ingerenze ducali differirono le provvisioni del magistrato per tre quarti di secolo, e non prima del 1797 uscì il decreto d'ordinanza della ricognizione affidata al tavolario Mazza. La Commissione Feudale su rapporto di Vincenzo Cuoco (di cui diamo la biografia nella monografia di Civitacampomarano) definì la questione con la sentenza del 30 novembre 1809 in forza della quale il feudo intero di S. Maria in Civita fu dichiarato demanio di Guardialfiera. Se fu spoglio quello consumato sulle 600 moggia a danno dei naturali di Guardia - che a più di 600 moggia non avevano diritto spoglio superlativamente più grosso ed ingiusto fu quello consumato a danno della giurisdizione territoriale di Casacalenda che perdeva il feudo intero; e della grave, se non irreparabile, ingiustizia si rese autore l'illustre scrittore del « Platone in Italia », che nell'occasione perdè la serenità dello storico, vide soltanto il campanile propinquo al suo di Civita, e provvide di conseguenza.
CRONACA LOCALE  1856
Con R. D. 27 marzo il Comune viene autorizzato a concedere al sig. Francesco de Luca, in enfiteusi, il diruto Molino Comunale con terreni adiacenti per l'annuo canone netto di ducati 13 e grana 10 e con tutte le altre condizioni stabilite nel verbale di aggiudicazione preparatoria del 25 febbraio 1855 ritenute in quello di aggiudicazione definitiva del 13 maggio dello stesso anno. 1889 - Viene inaugurata la prima fontana pubblica nell’a­bitato, alimentata dalla sorgente Loreto, con una condottura di circa un chilometro e mezzo. I lavori furono eseguiti dalla ditta Rinaldi Pardo di Casacalenda, ed importarono una spesa di circa L. 30.000.
MEMORIE STORICHE - ANTICHITA'
IL PONTE DI S. ANTONIO - Ne abbiamo parlato nel I volume, a pag. 74: qui diremo qualcos'altro per emendare un'inesattezza nella quale nel citato luogo siamo incorsi. La costruzione del Ponte di S. Antonio è ben altrimenti remota di quella ivi supposta ed espressa: risale forse ai primi tempi angioini, se non pure senz'altro all'epoca romana, come il suo magi­stero murario autorizzerebbe ad opinare. Ai tempi di Alfonso I di Aragona, e forse pel terremoto del 1456, esso uscì fuori dell'alveo fluviale e in parte crollò; ed ora è mutile, ma l'acqua bifernina ne lambisce di nuovo i solidi pilastri ed esso la saluta col moncherino dei suoi archi. Il Ponte di S. Antonio collegava Larino con Guardialfiera mediante la mulattiera di cui sussistono tracce frammentarie; e collegava altresì Casacalenda con Guardialfiera, e perciò è ubicato direttamente al termine della via mulattiera che da Casacalenda per Monte di Cece e S. Maria in Civita termina al fiume nella Bufalara.  BIOGRAFIA Carlo Romeo
Nato in Guardialfiera verso il 1755, si laureò in legge nell'università di Napoli il 10 giugno 1776, e rimase nella Capitale ad esercitarvi la professione. Il 14 dicembre 1799 il suo corpo penzolava dalla forca nella Piazza del Mercato, vittima della reazione sanfedista. Quali le sue colpe? Disse la voce pubblica ch'egli a tempo della Repubblica avesse scritto e divulgato un inno patriottico; e nella estimazione dei posteri passò per un poeta della schiera dei Tirtei, dei Rouget de l'Isle, dei Kórnér, dei Mameli, suscitatori delle assopite energie dei popoli, eccitatori di battaglie redentrici per virtù di lirica alata e prorompente. Nel Romeo, nulla di tutto ciò. Egli pubblicò realmente un « Inno alla libertà » nel Giornale Patriottico della Repubblica Napoletana » - del 7 ventoso o 23 febbraio v. s. - riprodotto poi dal Perrella (153); ma è tal cosa pedestre, che va perdonata al patriota unicamente perchè fu motivo a renderlo un martire. Quel cosidetto « Inno » non lo pone nemmeno nel numero dei più volgari versaiuoli. Sono quartinelle sguaiate d'una sciatteria desolante, prive d'ispirazione, difettose negli accenti e nella misura, ed appartenenti al genere di quelle che i cantastorie accompagnano sugli organetti indicando sul cartellone dipinto a vivi colori la scena in cui si riferiscono. Ognuna di esse vuol'essere una tirata d'orecchie o un'invettiva al Re, alla Regina, all'Hamilton, ad Emma Lyona, al Iannucci (154), all'Acton, al Castelcicala, al Vanni, al Guidobaldi, ed agli altri o ministri o birri del caduto regime. Perfino il titolo n'è sbagliato, essendo piuttosto un « pamphlet » versificato, che un inno; e basterà citarne la prima e l'ultima strofa per farsi un concetto dello stile e del contenuto dello sgraziatissimo parto. Comincia:
Caduto è già l'impero
del più crudel Tiranno,
finito è il nostro affanno,
liberi siam già.
E dopo altre ventisei, conclude
Evviva il Genio altero
de' Galli sempre invitti,
che a noi resero i dritti:
viva la libertà.
Restaurata la monarchia, dopo pochi mesi, nel modo e co' mezzi che tutti sappiamo, Giuseppe Guidobaldi fu chiamato a far parte della Giunta di Stato. Il Romeo aveva scritto al di lui indirizzo  Finito ha Guidobaldi di render con Castrone con Bosco e con Simone incenso all'Empietà.
Guidobaldi fu giudice del proprio detrattore; e da quel tristissimo e perverso arnese di polizia che era, concorse - non certo per la strofa che lo concerneva - a decretargli la pena capitale. Carlo Romeo fu l'ultimo della serie dei patrioti molisani a subire il capestro: ciò che può attestare che furono lunghe le ricerche che la sbirraglia dovè fare per iscovarlo; e le sue colpe, a quanto pare, non andavano oltre le contumelie smaltite nell'inno infelice. Il Romeo nella dedica di questo « alla divina Eleuteria vulgo Liberta » - scriveva: « A te, santissima Dea, sono consacrati questi versi. Essi sono scritti da un Sannita libero dalla crudeltà del Tiranno. », ecc. ecc. Essendosi egli qualificato « Sannita » , come mai l'illustre Giustino Fortunato nel prezioso volumetto « I Napoletani del 1799 » cadde nell'errore di attribuire al Romeo la regionalità calabrese, e farlo nativo di Reggio?

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